Preghiere al vento

Gran lavorio al “Giardino delle Stanze Sonore” .

Si avvicina il 28 settembre data dell’edizione 2025 di “Preghiere al vento“, il nostro incontro di dialogo interreligioso che unisce diverse tradizioni spirituali attraverso danza sacra, recitazione e canto di preghiere.

L’evento, aperto a tutti con ingresso gratuito, offrirà momenti di ascolto e condivisione grazie a performance dal Buddismo Zen, alle tradizioni Ojibway, al Taoismo, alla musica hindustani e molto altro.

Un’occasione unica per celebrare la spiritualità e la pace attraverso l’arte.

Vi aspettiamo.

Preghiere al vento edizione 2025 – Raccolta fondi

Stiamo preparando l’edizione 2025 di “Preghiere al Vento”, il nostro momento di dialogo interreligioso ispirato alla tradizione tibetana delle bandiere di preghiera.

L’iniziativa avrà luogo nel Giardino delle Stanze Sonore, creato da Patrizia Merendi. Dodici bandiere alte otto metri affidate al vento accoglieranno le nuove preghiere, trascritte a mano durante questo anno di attività, provenienti da diverse tradizioni religiose.

La volontà è di abitare il Giardino utilizzando l’arte non come decorazione, ma come via spirituale, attraverso una proposta di ascolto, un atto di presenza, una preghiera.

In questi anni tra danza sacrarecitazioni e canti di preghiere, il Giardino si è trasformato in un luogo di incontro, in cui l’arte è diventata espressione di una spiritualità che unisce, che attraversa le differenze e apre spazi di accoglienza. “Preghiere al Vento” ha dato vita a un respiro collettivo: parole diverse, fedi diverse, ma un solo soffio.

Un gesto simbolico e necessario in tempi di separazione, per ricordare che ciò che ci unisce è più profondo di ciò che ci divide.

📍 Dove

Giardino delle Stanze Sonore
Via Felicina 1 – Bologna

🎨 A cura di

Laura Falqui – Patrizia Merendi – Raffaele Milani

Lavorando con Patrizia

Il luogo è un confine.


Un limite, nella forma di una siepe: una massa di Prunus laurocerasus, potata per anni e poi abbandonata ai rovi. Dal dopoguerra, nella nostra pianura, la siepe di lauroceraso è diventata simbolo della borghesia che conquista la campagna, trincea che separa il giardino dal campo, il vivere moderno da quello antico.
Piace in volumi rigidi, squadrati, e per questo la si pota una o due volte l’anno. Quando viene trascurata, esplode in pochi anni: le dimensioni si moltiplicano, e il senso di chiuso, di barriera impenetrabile, si fa ancora più marcato.

È in questo ambiente rigido e inselvatichito che approda Patrizia.
Diversamente da altri lavori fatti insieme, qui non c’è un progetto: piuttosto una tensione, un groviglio, che nasconde il suo ago magnetico. Abbiamo parlato poco. Difficile dire di più.

È un colletto d’albero, lo spacco a terra di un salice aperto in due, inglobato nella siepe incolta, la molla che innesca la nostra voglia giardiniera. Il primo atto è stato individuarlo e disseppellirlo dalla coltre sempreverde del lauroceraso. L’apertura, la ferita nascosta, sembra rimarginata; eppure si avverte ancora la tensione, lo strappo continuo del peso crescente dei rami, non più verticali.
Ma non è un senso di soccorso che chiama, piuttosto un’assonanza di vibrazioni…

Le linee sinuose dei due tronchi di salice si divaricano come gambe aperte, fondendosi con quelle più serpeggianti del lauroceraso. Abbiamo pulito tutto fino ad altezza d’uomo: neppure una gemma a nascondere le forme.

Il segno più netto della nostra presenza è affidato ai sottili rami di salice, raccolti in fasci lunghi e flessuosi, fissati con fil di ferro, grandi come un braccio. È il tocco, il tratto di Patrizia: con questa mina vegetale lascia la sua impronta e compone ciò che sembra una figura in movimento. Distinguo con chiarezza occhi e grembo.

A terra, nel nudo improvvisamente illuminato, abbiamo piantato a spaglio felci, consolide, e un elleboro.
All’esterno, una massa di rovi — l’incolto oltre la siepe — lancia le sue spire radicanti: sembra un polpo gigante che attacca lo scafo-giardino. Alcuni getti li lasciamo. Nonostante le spine, ci piace questo incombere dall’alto, questo spingere di lato.

Il tempo è la qualità che più distingue il giardino come forma d’arte specifica: tempo che esprime la vita. Spesso imponderabile e imprevedibile, il vivente cambia continuamente la scena.
Ad oggi, in questo ritaglio, il tocco più felice è stata l’improvvisa esplosione dei corpi fruttiferi di Armillaria mellea, il bel fungo definito “spietato con i vegetali e alimentare subdolo per gli umani”.

Un tempo, quando eravamo meno accorti sul cibo, lo chiamavamo famigliola buona: perché spurgato e cotto, il carpoforo era considerato una prelibatezza. Oggi la scienza tossicologica ce lo segnala a commestibilità incostante — ovvero, pericoloso.
Un’altra ambiguità: la sua natura doppia di saprobionte-parassita. Una forma di vita che si nutre prima di legno morto (saprofita) e poi di legno vivo (parassita), capace di stendere, nel giro di un lustro, ogni presenza arborea.

Trovo che sia nel colore che Armillaria mostri tutta la sua ambigua potenza seduttiva: nasce crema pallido, vira in fretta verso un caldo ocra, un color miele — da qui mellea.
Poi rilascia una coltre di spore bianca e farinosa e inizia, in poche ore, un vorticoso cambio di tinte: dal fulvo al testa di moro, e infine al nero, in una massa liquefatta dove la luce sembra risucchiata.

Ad oggi, di questo lavoro affascina soprattutto l’idea di una composizione, un quadro, una cellula capace di mostrare tutte le sue parti. La vita esprime i suoi cicli e ci lega, indissolubilmente.

Il Quadro-giardino di Patrizia Merendi

Articolo di presentazione

In collaborazione con Bologna Welcome.

 

Il sorprendente giardino, adiacente a un’abitazione costruita a cavallo dell’ultima guerra, è situato nella campagna occidentale bolognese, in un territorio rurale vicinissimo alla città in cui sono ancora riconoscibili alcuni caratteri storico-paesaggistici dell’antica comunità di Olmetola (ville, nuclei c olonici, viabilità storica, fossi, siepi e filari alberati).

Nel ’700 il terreno su cui insiste il giardino era parte della grande tenuta della famiglia senatoria Scappi, che aveva il fulcro nell’odierna Villa Bernaroli, e in particolare del podere di un nucleo colonico nelle vicinanze, tuttora esistente, che nella carta dell’ Ufficio Acque e Strade (1774) era detto Fabbreria Scappi e in seguito Fabbreria vecchia.

Via Felicina, che nel nome ricorda un’altra famiglia senatoria bolognese, i Felicini, che avevano proprietà nella zona prima degli Scappi, rappresenta un cardo della centuriazione romana, che incrocia il decumano di via Olmetola non lontano dal giardino, nel punto in cui un’edicola votiva segnala ancora l’antichissimo crocicchio.

L’attuale proprietaria, l’artista simbolista Patrizia Merendi, iniziò circa 20 anni fa la ristrutturazione dell’edificio, creando anche una prima forma di giardino, secondo uno sviluppo per blocchi non più riconoscibile.

L’accesso avviene attraverso un alto corridoio di siepi miste e informali che isolano dal contesto: da subito si percepisce l’invito alla scoperta. È un giardino riservato, che si svela poco a poco, man mano che ci si inoltra nelle tante stanze verdi che lo compongono, legate l’una all’altra da altrettanti canali prospettici e vie di fuga per l’occhio attento che, dopo avere scoperto insoliti e affascinanti insiemi di forme e tonalità di verde nel ricchissimo sottobosco, corre naturalmente più lontano, oltre uno squarcio tra le fronde dell’acero giapponese, al di là di un cancello, verso un campo lontano, tra i rami che inquadrano una stele di vetro o verso una mangiatoia per uccelli appesa in alto.

Nato senza un progetto complessivo ma seguendo la passione, la curiosità e la ricerca, è oggi un giardino complesso, che occorre interpretare, con angoli di grande equilibrio naturalistico e inserti simbolici forti.

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È stato creato un biolago (80 cm di profondità) che accoglie specie particolari, come Ceratophyllum demesum e Iris pseudocorus , e un susseguirsi di cascatelle create con canne d i bambù.

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Nella parte centrale si apre un grande spazio luminoso dove la proprietaria ha realizzato un Karesansui, un giardino giapponese (impropriamente detto Zen).

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Poco oltre s i trova un labirinto che riproduce, con dimensioni dimezzate, quello celebre della cattedrale di Chartres. Più vicino all’edificio, immerso nella vegetazione e davvero poco percepibile, si trova l’unico esemplare arboreo preesistente, un grande tiglio simbolo del giardino, circondato da una morbida bordura di Brunnea macrophylla.

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I fiori, tuttavia, non sono gli elementi principali del giardino, per cui sono fondamentali soprattutto il formalismo e il cromatismo fogliare, anche se nel periodo di massima fioritura il giardino regala un vero e proprio percorso olfattivo.

La cura del giardino viene eseguita quotidianamente dalla proprietaria senza ricorrere a impianti per l’irrigazione, l’illuminazione e lo sfalcio, in modo da assecondarne la naturale evoluzione.

Tra le numerosissime specie vegetali presenti spiccano acero saccarino, nocciolo, sambuco, pioppo cipressino, acero rosso giapponese, rose, felci, hoste, ortensie, ninfee, ellebori.

Di recente, tra le tante specie di uccelli presenti, si sono impadronite di questa piccola oasi nella campagna anche alcune coppie di parrocchetto dal collare, un elegante e simpatico pappagallo ormai presente in diverse città italiane (da Genova a Palermo) e in Europa, con una crescita esponenziale negli ultimi anni.

Nel giardino di Patrizia

Avatar di Paolo TasiniAttraverso Giardini

… e se mi sono trovato qui, solo di fronte a questo scorcio autunnale, nel giardino di Patrizia, devo ringraziare un colpo di vento e acqua che ci ha scompigliato i piani e fermato le intenzioni, la frenesia giardiniera.

Così guardo le foglie di fico a terra: mi chiedo se avranno dato buoni frutti e sorrido all’idea che forse in questo piccolo luogo appena creato c’e già qualcosa di antico, di Adamo ed Eva…

A lato l’Acer japonicum ‘Vitifolia’ nel suo rosso acceso mi chiude la scena e non posso non accostarlo ai gialli del fico e dei pioppi. Gialli un pò sempliciotti, sporcati di terra e macchie nere di fungo. Gialli che mescolati al rosso pichiettato di arancio e cremisi dell’acero giapponese danno un contrasto come di contadini vestiti a festa attorno al loro padrone, naturalmente elegante.

In acqua la chiazza di Myriophyllum aquaticum sembra voler esplodere (quante…

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