E’ stata una giornata memorabile, il 1 ottobre qui, nel giardino delle stanze sonore, un abbraccio gentile, tra le preghiere scritte su garza da Patrizia e quelle cantate dei tanti che hanno accolto l’invito. Chi c’era testimonierà.
Per condividere lo spirito vi lasciamo il testo della presentazione con cui si è aperta la giornata:
Un caro saluto a tutte le persone presenti. Vi offro una riflessione d’apertura. Siamo in un bel giardino ospiti di un evento eccezionale: condividere trecento preghiere di varie espressioni spirituali e religiose per una comune appartenenza.
Ne abbiamo alcune, qui, e infinite altre sono sparse nel mondo e nella storia. Entriamo dunque, con queste voci e questi sguardi del sentire, in un respiro universale che vuole salvarci dal dolore del mondo e dalla terribilità dei conflitti, come dalla tragedia del lutto.
L’arte, qui l’installazione artistica di Patrizia Merendi, ci fa sentire uniti grazie alla potenza e al valore della nostra diversità che, proprio per ciò, mostra lo splendore della nostra identità umana, composita, plurima, corale. Tutte le arti sono come una preghiera e lo diceva un grande esploratore del divino e del mistero che ci sovrasta come Andrej Tarkovskij. E lo diceva a proposito del cinema come poesia della natura.
Ascoltare il vento che soffia sulle parole scritte nelle bandiere ricorda l’alito del creare, del fare leggero che agita forme e bellezze diffondendo, nell’aria, suoni e parole ispiratrici di canto e danza.
Emerge la visione della terra che amiamo, della terra nella quale viviamo e abitiamo.
La filosofia, che cammina insieme alla teologia e alla medicina, ci insegna l’arte del pensare e del ricordare, ci esercita nella libera mente che, fuori dagli schemi, è necessario praticare: nella spiritualità profonda della vita, affinché la luce si espanda sull’ombra delle cose, spiritualità come energia che mitiga le passioni, smorza l’eccesso, insegna la libertà di azioni virtuose in una coscienza non turbata che cerchi l’Assoluto sulla via di un’eredità indiscussa. Una via indicata da Meister Eckhart, da Gandhi, da Albert Schweitzer; e da questa nave sprofondata nella terra che guarda il cielo cerchiamo la rotta.
Terminiamo estendendo a noi tutti il significato del noto passo della tradizione cristiana (Giovanni, 14): “Nella casa del Padre vi sono molte dimore” e qui ci ritroviamo in forza proprio della molteplicità dell’ esperienza per cercare, contemplare la nostra comune preghiera. Come ricordava un grande della fine del Cinquecento Michel de Montaigne in una libera interpretazione dell’Ecclesiaste “Di tutte le opere di Dio niente è più ignoto, a qualsiasi uomo, della traccia del vento”
E’ con grande emozione che annunciamo l’evento del 1 ottobre alle ore 16.30.
Ricordiamo che l’ingresso è gratuito. I posti disponibili, causa le dimensioni del luogo, sono ridotti. Si chiede, per facilitare l’organizzazione, una prenotazione e l’attesa di conferma; il tutto tramite WhatsApp al numero 3397922208.
𝗧𝗨𝗧𝗧𝗢 𝗖𝗢𝗠𝗜𝗡𝗖𝗜𝗔 𝗜𝗡 𝗨𝗡 𝗚𝗜𝗔𝗥𝗗𝗜𝗡𝗢 di NeNe e Patrizia Merendi
Un viaggio emozionale alla ricerca delle proprie origini ancestrali, non uno spettacolo, piuttosto un’esperienza spettacolare, un percorso mitico ed evocativo. Un’affascinante passeggiata in un luogo unico, un mondo a sé, fatto di colori, di profumi, di alberi, sentieri, ponti ed anche un mondo di intuizioni, di metafore di insegnamenti, a disposizione di ogni anima che passa, dati con la facilità dei riflessi della luce su un lago.
… l’impressione che Patrizia riprendendo questo lavoro del 2020 abbia spinto ancora di più il suo percorso che dal mondo dei simboli la porta in un universo più antico, più contaminato: una selva oscura dove la sua traccia è àncora e vela in un flusso di vita pulsante, travolgente…
Un limite, nella forma di una siepe: una massa di Prunus laurocerasus, potata per anni e poi abbandonata ai rovi. Dal dopoguerra, nella nostra pianura, la siepe di lauroceraso è diventata simbolo della borghesia che conquista la campagna, trincea che separa il giardino dal campo, il vivere moderno da quello antico. Piace in volumi rigidi, squadrati, e per questo la si pota una o due volte l’anno. Quando viene trascurata, esplode in pochi anni: le dimensioni si moltiplicano, e il senso di chiuso, di barriera impenetrabile, si fa ancora più marcato.
È in questo ambiente rigido e inselvatichito che approda Patrizia. Diversamente da altri lavori fatti insieme, qui non c’è un progetto: piuttosto una tensione, un groviglio, che nasconde il suo ago magnetico. Abbiamo parlato poco. Difficile dire di più.
È un colletto d’albero, lo spacco a terra di un salice aperto in due, inglobato nella siepe incolta, la molla che innesca la nostra voglia giardiniera. Il primo atto è stato individuarlo e disseppellirlo dalla coltre sempreverde del lauroceraso. L’apertura, la ferita nascosta, sembra rimarginata; eppure si avverte ancora la tensione, lo strappo continuo del peso crescente dei rami, non più verticali. Ma non è un senso di soccorso che chiama, piuttosto un’assonanza di vibrazioni…
Le linee sinuose dei due tronchi di salice si divaricano come gambe aperte, fondendosi con quelle più serpeggianti del lauroceraso. Abbiamo pulito tutto fino ad altezza d’uomo: neppure una gemma a nascondere le forme.
Il segno più netto della nostra presenza è affidato ai sottili rami di salice, raccolti in fasci lunghi e flessuosi, fissati con fil di ferro, grandi come un braccio. È il tocco, il tratto di Patrizia: con questa mina vegetale lascia la sua impronta e compone ciò che sembra una figura in movimento. Distinguo con chiarezza occhi e grembo.
A terra, nel nudo improvvisamente illuminato, abbiamo piantato a spaglio felci, consolide, e un elleboro. All’esterno, una massa di rovi — l’incolto oltre la siepe — lancia le sue spire radicanti: sembra un polpo gigante che attacca lo scafo-giardino. Alcuni getti li lasciamo. Nonostante le spine, ci piace questo incombere dall’alto, questo spingere di lato.
Il tempo è la qualità che più distingue il giardino come forma d’arte specifica: tempo che esprime la vita. Spesso imponderabile e imprevedibile, il vivente cambia continuamente la scena. Ad oggi, in questo ritaglio, il tocco più felice è stata l’improvvisa esplosione dei corpi fruttiferi di Armillaria mellea, il bel fungo definito “spietato con i vegetali e alimentare subdolo per gli umani”.
Un tempo, quando eravamo meno accorti sul cibo, lo chiamavamo famigliola buona: perché spurgato e cotto, il carpoforo era considerato una prelibatezza. Oggi la scienza tossicologica ce lo segnala a commestibilità incostante — ovvero, pericoloso. Un’altra ambiguità: la sua natura doppia di saprobionte-parassita. Una forma di vita che si nutre prima di legno morto (saprofita) e poi di legno vivo (parassita), capace di stendere, nel giro di un lustro, ogni presenza arborea.
Trovo che sia nel colore che Armillaria mostri tutta la sua ambigua potenza seduttiva: nasce crema pallido, vira in fretta verso un caldo ocra, un color miele — da qui mellea. Poi rilascia una coltre di spore bianca e farinosa e inizia, in poche ore, un vorticoso cambio di tinte: dal fulvo al testa di moro, e infine al nero, in una massa liquefatta dove la luce sembra risucchiata.
Ad oggi, di questo lavoro affascina soprattutto l’idea di una composizione, un quadro, una cellula capace di mostrare tutte le sue parti. La vita esprime i suoi cicli e ci lega, indissolubilmente.